Una ricetta per Agatha Christie: Coppa Honolulu 1922

Una ricetta per Agatha Christie: Coppa Honolulu 1922

Eccomi! Finalmente anch’io sono al mare e sto scrivendo questo post dalla mia piccola, ma graziosa camera d’albergo. Sono le due del pomeriggio ed è impensabile stare sotto l’ombrellone in queste ore. Così ho pensato di inaugurare una nuova rubrica del blog: “La ricetta speciale”. Che ne dite? Il titolo vi piace? In questa sezione, periodicamente, creerò un piatto (speciale, appunto) dedicato alle autrici e agli autori che sono stati virtualmente ospiti del mio blog durante questi due anni. Un modo per ringraziarli di avermi (e spero anche avervi) fatto passare ore liete…

La prima ricetta di questa nuova rubrica è (ovviamente) dedicata alla regina del giallo classico: Agatha Christie (se sei interessato a leggere gli articoli che la riguardano clicca i numeri: uno, due, tre, quattro, cinque e sei).

Agatha Christie

Non è una ricetta di ispirazione britannica, ma è un piatto che rappresenta bene un lato di lei, a molti sconosciuto.

Ma partiamo dall’inizio: chi mi legge, sa che amo creare un po’ di suspence…

Il mio racconto inizia negli anni ’20, quando Agatha aveva già scritto tre libri, era felicemente sposata con un uomo d’affari, Archibald Christie, e desiderava con tutto il cuore lasciare la City e andare a vivere in campagna. Ma proprio in quel periodo, Archie divenne il consulente finanziario di un certo maggiore E. A. Belcher, un tipo eccentrico, con un vero e proprio talento per il bluff , tanto che durante la Prima guerra mondiale riuscì perfino a ottenere l’incarico di Ispettore delle Patate! E’ una storia bizzarra quella del maggiore Belcher, ma non ho tempo di raccontarvela ora.

Comunque, nel 1922 Belcher propose al suo giovane consulente finanziario un viaggio intorno al mondo allo scopo di trovare nelle varie colonie inglesi i capitali e gli appoggi necessari per organizzare la grande Esposizione Commerciale dell’Impero britannico. Il viaggio (quasi interamente finanziato, non ho ben capito da chi) sarebbe durato dieci mesi e c’era la possibilità di trascorrere un periodo di vacanza alle Hawaii, a Honolulu… Archie, da bravo marito, disse alla moglie che non aveva alcuna intenzione di lasciarla a casa e la risposta di Agatha fu la seguente: «Sai che ti dico? Hai ragione. E’ la nostra occasione. Se ce la lasciamo sfuggire, non ce lo perdoneremo mai. No, come hai detto tu, se non si è disposti a rischiare quando si presenta l’opportunità, non vale la pena di vivere» (tratto da: Agatha Christie The Grand Tour. Letters and Photographs from the British Empire Expedition – Introduction Matthew Prichard 2012).

Dal punto di vista familiare quella fu una decisione coraggiosa da parte di Agatha: a quei tempi, la figlia Rosalind aveva appena due anni e la separazione da lei sarebbe stata praticamente totale durante quei dieci mesi (l’unico sistema di comunicazione erano le lettere e viaggiavano  esattamente come le persone, cioè in nave). Ma come biasimarla per aver colto quella che credeva fosse la sua unica occasione di vedere l’altra parte del mondo?

Più o meno quattro anni dopo quel viaggio la vita di Agatha cambiò radicalmente. Si separò da Archie; sparì misteriosamente per giorni per poi riapparire sotto un altro nome e, infine,  si concentrò con tenacia, energia e talento sul proprio lavoro che, dal 1927 in poi, fu sbalorditivo in quantità e qualità. La sua fama in tutto il mondo cresceva a ogni romanzo pubblicato, ma erano altrettanto note la sua timidezza e riservatezza, la sua ritrosia a rilasciare interviste e a discutere in pubblico dei suoi libri. Una donna decisamente diversa da quella che si ha invece modo di conoscere leggendo il resoconto del viaggio del 1922 (che in Italia è stato pubblicato da Mondadori nel 2013).

La Agatha del ’22 non ha paura di mettersi in mostra; è sicura di sé, esuberante, curiosa di ogni cosa e molto socievole. Davvero diversa dal modo in cui l’ho sempre immaginata…

La parte del racconto che io ho trovato fantastica è stata il soggiorno a Honolulu: forse perché sono affascinata dal surf o forse perché sono cresciuta con il sogno delle Hawaii (visitare le isole del Pacifico è una fantasia che coltivo da tempo: più o meno da quando vedevo in TV gli episodi di “Fantasilandia” o di “Magnum P. I. “, famose serie dei primi anni ’80  ambientate fra le Hawaii e la California).

Palme delle Hawaii

Le Hawaii vissute e raccontate da Agatha, però, hanno tutto un altro fascino e vorrei farvelo assaporare attraverso il suo divertente racconto, che dal punto di vista storico, rappresenta uno spaccato della vita degli Venti del secolo scorso. Solo dopo potrete capire e assaporare la mia “ricetta speciale” dedicata a lei…

…Decidemmo di viaggiare con calma, facendo tappa alle isole Fiji e in altre isole, e infine giungemmo a Honolulu, che era molto più sofisticata di quanto avessimo immaginato, con caterve di hotel, strade e automobili. Arrivammo di primo mattino, prendemmo possesso delle nostre stanze in hotel e, vedendo dalla finestra la gente che faceva surf in spiaggia, ci precipitammo fuori a noleggiare le tavole e ci tuffammo in mare. Che fossimo degli sprovveduti è dir poco. Non era una giornata da surf –era uno di quei giorni in cui si cimentano solo gli esperti- , ma noi, che ci eravamo impratichiti in Sudafrica, ci ritenevamo dei professionisti. Non avevamo considerato che a Honolulu era molto diverso. Tanto per cominciare, la tavola era un enorme asse di legno, difficile da sollevare. Bisogna stendersi sopra e vogare lentamente fino alla barriera corallina, che era –o almeno così mi sembrava – a un chilometro di distanza. Quando si arrivava fin lì, ci si metteva in posizione e si aspettava l’onda buona che ti trasportava, veloce, fino in spiaggia. Non è facile come sembra. Innanzitutto, bisognava saper riconoscere l’onda giusta quando arrivava e poi, cosa ancora più importante, si doveva individuare quella sbagliata, perché se ti prendeva, ti scagliava verso il fondo…

…Mi sistemai sulla tavola e rimasi in attesa. L’onda arrivò. Quella sbagliata. In un istante la tavola mi fu strappata via. Poi, l’onda che mi aveva colpito con violenza in mezzo alla schiena, mi fece affondare. Quando riemersi in superficie, cercando di riprendere fiato dopo aver bevuto non so quanto, vidi la tavola che galleggiava a mezzo chilometro di distanza, diretta verso riva. Presi a nuotare con tutte le mie forze, ma la recuperò un giovane americano, che mi disse: “Hei, sorella, se fossi in te per oggi lascerei perdere. Potrebbe finire male. Prendi questa tavola e vai dritta in spiaggia”. Seguii il suo consiglio.

…La seconda volta che entrai in acqua, si verificò una catastrofe. Il mio bellissimo costume di seta, che mi copriva dalle spalle fino alle caviglie, venne praticamente strappato via dalla forza delle onde. Quasi nuda, mi fiondai verso il mio telo da mare. Dovetti fare subito una capatina alla boutique dell’hotel dove mi procurai, con immensa gioia, un meraviglioso costume di lana verde smeraldo piuttosto succinto, che, a detta di Archie, mi donava molto.

Agatha Christie con la sua tavola da surf e il suo “succinto” costume verde smeraldo…

Facemmo una vita da nababbi in hotel per quattro giorni, ma poi dovemmo ripiegare su qualcosa di meno costoso. Alla fine fittammo un piccolo bungalow dall’altro lato della strada, che costava la metà. Trascorrevamo tutta la giornata in spiaggia a fare surf, e pian piano diventammo degli esperti, almeno rispetto alla media europea. Dopo esserci scorticati i piedi con il corallo, decidemmo di comprarci degli scarponcini di pelle leggeri che si allacciavano intorno alle caviglie.

…Ci dimostrammo dei dilettanti anche sotto altri aspetti, con conseguenze spiacevoli: sottovalutammo di gran lunga l’intensità del sole. Visto che in acqua eravamo bagnati e freschi, non ci rendevamo conto di come poteva ridurci. Certo, si dovrebbe andare a fare surf la mattina presto o nel tardo pomeriggio, ma noi, da grandi intelligentoni, andavamo gagliardamente a mezzogiorno. E il risultato fu subito palese. Che strazio la schiena e le spalle che bruciavano tutta la notte – e poi la pelle coperta di vesciche. Mi vergognavo a scendere a cena in abito da sera e dovetti coprirmi le spalle con uno scialle di garze. Archie affrontò con coraggio gli sguardi sconcertati degli hawaiani, e andò in spiaggia in pigiama.

…Ci volle un bel po’ di tempo prima che le spalle si riprendessero. C’è qualcosa di mortificante nello strappare enormi strisce di pelle morta sollevando la mano.

Il nostro piccolo bungalow era circondato da banani – ma le banane, come gli ananas, furono una piccola delusione. Avevo immaginato di allungare la mano e coglierle direttamente dall’albero, ma a Honolulu non si usa così. Le banane rappresentano una considerevole fonte di guadagno e vengono raccolte ancora verdi. Tuttavia si poteva scegliere fra tantissime varietà, di molte delle quali non sapevo neppure l’esistenza.

…C’erano quelle rosse, quelle grandi, quelle piccole, dette banane-gelato, che dentro erano bianche e morbide, quelle da cucina e così via. Le banane-mela avevano il sapore più insolito…

…Si finiva con il diventare molto esigenti su quali mangiare.

Anche gli hawaiani mi delusero un po’. Nelle mie fantasie erano fini creature di indicibile bellezza. Ma dovetti ricredermi. La prima cosa che mi lasciò perplessa fu l’odore pungente dell’olio di cocco che si spalmavano le ragazze, e molte non erano per niente belle. Non mi sarei mai aspettata nemmeno i pasti a base di spezzatino. Avevo sempre pensato che i polinesiani vivessero per lo più di frutta gustosa di ogni sorta, e la loro passione per la carne fu per me una grande sorpresa .

(Brano e foto tratti da: Agatha Christie -il giro del mondo- Album di lettere e fotografie, a cura di Matthew Prichard, Oscar Mondadori, pp. 241-249).

Per costruire la mia ricetta per Agatha, sono partita dalla sua sorpresa nello scoprire che alle Hawaii i pasti non erano a base di gustosa frutta tropicale, come lei aveva sempre immaginato. Oltre che sorpresa, secondo me, la scrittrice rimase anche un po’ delusa. Io vorrei rimediare, in qualche modo, a quella delusione. Quindi, ho pensato di realizzare per lei una coppa di frutta delle Hawaii (banane, ananas, mango, papaia e lime), macerata nel rum bianco, aromatizzata con zucchero di canna alla menta e servita con gelato al cocco fresco (realizzato senza gelatiera) e cialde di farina di cocco.

Frutta esotica

E’ una ricetta smart e “trasformista”, perché si può decidere, a secondo del tempo a disposizione, di alleggerirla di qualche sua parte. Per esempio, si può servire la frutta senza gelato, oppure senza cialde, o senza lo zucchero alla menta… rimane pur sempre golosa.

Ora, provate a immaginare Agatha che torna dalla spiaggia dopo aver sfidato con la sua tavola da surf le onde di Honolulu. Si siede sotto il portico del bungalow che ha affittato e, mentre soffiano gli alisei, Archie assembla la golosa “Coppa Honolulu 1922” (è così che ho deciso di chiamarla)…

Sono certa che da “lassù” Agatha mi stia facendo l’occhiolino!




Foto tratta da: Agatha Christie -il giro del mondo- Album di lettere e fotografie, a cura di Matthew Prichard, Oscar Mondadori, 2013.

Aloha!

Angela

P.S. Se volete provare la “ricetta speciale” creata per Agatha Christie cliccate qui.

8 thoughts on “Una ricetta per Agatha Christie: Coppa Honolulu 1922

  1. Incondizionatamente approvata e apprezzata la Coppa Honolulu 1922! Come ammiratori di Agatha Christie e come vegetariani… (purtroppo il piatto per #GiannaBaltaro potrebbe essere NON vegano… come molta della cucina tradizionale piemontese)

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