Il “Fatto” del Commissario Ricciardi

Il “Fatto” del Commissario Ricciardi

Con questo nuovo post (scritto, come al solito con molto ritardo) vi costringerò a fare un lungo viaggio verso Sud: dalla Londra di Hercules Poirot, investigatore privato di origine belga, nonché ospite di alcuni dei miei ultimi articoli pubblicati (Quella irraggiungibile leggerezza del corpo; Vacanze al mare… con delitto/; Picnic all’inglese), alla Napoli di Luigi Alfredo Ricciardi, Commissario della Squadra Mobile della Regia Polizia della città partenopea e barone di Malomonte. Ciò che lega i due detective è però solo l’epoca storica in cui vivono e risolvono i loro casi: gli anni ’30 e ’40 del Novecento. Per tutto il resto non potrebbero essere più diversi…

Poirot ha un’età imprecisata (fra i 60 e i 70 anni), è basso, ha la testa a forma di uovo, i baffi esageratamente impomatati e cura l’abbigliamento con grande meticolosità. Nelle indagini, spesso “aiutato” dall’ingenuo capitano Hastings, mostra un’attenzione maniacale per i dettagli e per la natura umana dei potenziali colpevoli arrivando, attraverso un robusto buon senso, alla soluzione dei casi più complicati. Per quanto riguarda il cibo, il detective belga non perde occasione di attaccare la colazione all’inglese che ritiene assolutamente incompatibile con il suo stomaco “continentale”. E così, mentre il suo collaboratore Hestings, da buon inglese, inizia tranquillamente la giornata con tè, uova al bacon (in alternativa rognoni al bacon) e pane tostato con marmellata di arance (la mia ricetta è qui) lui si fa servire a letto una tazza di caffè o di cioccolata vellutata accompagnata da croissant. Inoltre, esige la perfezione (è ossessionato dall’ordine e dalla simmetria) anche a tavola: Miss Lemon, la sua efficiente segretaria, deve disporre stoviglie e posate con estrema precisione…

Ricciardi è invece un trentenne che dirige la Squadra Mobile della Polizia di Napoli nel periodo fascista. É alto, ha capelli pettinati con la brillantina che gli ricadono sulla fronte, appena sopra due splendidi occhi verdi. Non cura particolarmente il suo abbigliamento e di solito indossa un lungo trench grigio. Nelle indagini, a cui collaborano il pratico e buongustaio brigadiere Maione e un simpatico medico dichiaratamente anti-fascista, non può fare a meno di utilizzare una sua caratteristica che è segreta e fuori dal comune, ma che lo fa vivere in uno stato di costante e profonda tristezza e solitudine… A pranzo mangia un pezzo di pizza o una sfogliatella al Caffè Gambrinus di Piazza Plebiscito. Ma la sera è costretto a cenare con i cibi molto pesanti e ipercalorici della tradizione cilentana, preparati dalla sua vecchia tata Rosa (e, successivamente, dalla nipote di questa, Nelide).

Ricciardi è anche il terzo detective di cui mi sono innamorata. Ma questa è una storia che vi racconterò un’altra volta.

Ora, invece, voglio soffermarmi sul dono (o condanna) che questo investigatore non può fare a meno di utilizzare nelle sue indagini. La sua caratteristica segreta e fuori dal comune è, infatti, quella di riuscire a vedere “oltre”, cioè ad avvertire, una volta giunto sul luogo di un crimine o di un incidente, le ultime parole e le ultime sensazioni della vittima.

Ricciardi maledice questo dono, che ha scoperto di avere fin da bambino, ereditato probabilmente dalla madre. Lui lo chiama “il Fatto”, proprio perché è un qualcosa che subisce come altro da sé e che lo fa vivere in un’atmosfera lugubre, circondato da immagini di corpi straziati per incidenti o per omicidi e da voci imploranti aiuto. Vorrebbe una vita normale, magari accanto ad Enrica, la maestra che abita di fronte casa sua e che ogni sera guarda ricamare da dietro i vetri della finestra. Non è una donna bellissima, ma riesce a trasmettergli quel senso di tranquillità e di “normalità” che, a causa del “Fatto”, lui non ha mai avuto.

Anche Enrica lo ama segretamente: ogni sera, dopo cena, quando ricama vicino alla finestra della sua cucina, lancia occhiate furtive verso la finestra del palazzo di là dalla strada, in cerca di quella sagoma snella che se ne sta a guardarla. Un innamoramento di altri tempi: fatto di timide lettere in cui lui le chiede il permesso di salutarla dalla finestra e a cui lei risponde iniziando con «Gentile Signore».

Tuttavia, nella vita del bello e discreto Commissario della Squadra Mobile della Regia Polizia di Napoli c’è anche un’altra donna che potrebbe avere tutti gli uomini che desidera ai suoi piedi, ma che è dolcemente ossessionata proprio da chi (Ricciardi) sembra assolutamente immune al suo fascino. Si tratta di Livia, una bellissima e sensuale cantante lirica. Al contrario della timida maestra, Livia non fa nulla per nascondere i suoi sentimenti per l’affascinante Commissario: ha lasciato perfino i più importanti salotti romani (in cui lei era fra le signore più influenti essendo l’amica della figlia del Duce) per seguirlo fino a Napoli. Solo verso la fine del romanzo, Livia avrà la sua rivincita: Ricciardi, seppur in preda a una febbre quasi delirante per tutta la pioggia e il freddo presi in quei giorni di indagini, si abbandonerà alla sua travolgente passione.

Ma torniamo, appunto all’indagine. Sono gli ultimi giorni di ottobre del 1931. Giorni di pioggia intensa e incessante.

Nelle alte sfere della città partenopea, c’è molto fermento per la visita di Benito Mussolini. Il vicequestore Garzo pretende che il Duce e tutti i funzionari del Ministero dell’Interno al suo seguito trovino in Napoli la perfetta città fascista, priva di delinquenza e di brutture. Pertanto, le indagini sulla morte di Matteo Diotallevi, l’orfanello il cui corpicino senza vita è stato ritrovato sullo scalone monumentale al Tondo di Capodimonte, devono chiudersi come morte accidentale, dovuta alla ingestione di esche avvelenate per piccoli animali. Detto in altro modo: fino a quando il Duce avrebbe soggiornato a Napoli, dovevano sparire dalla città partenopea, topi, orfani, fame e delitti. E Ricciardi, che non può dire a nessuno che vede e sente i morti nel luogo in cui avvengono le tragedie, deve tenere per sé una terribile verità: il piccolo Matteo non può essere morto accidentalmente e da solo sullo scalone monumentale del Tondo di Capodimonte, perché in quel posto lui non avverte nulla. Qualcuno deve aver spostato il suo corpicino dal vero luogo della tragedia. Qualcuno, che è in qualche modo coinvolto nella sua morte…

Così, spinto dal suo profondo senso di giustizia, chiede una settimana di vacanza e svolge “privatamente” le sue indagini, ovvero va in cerca di quel “Fatto” che ha sempre cercato di sfuggire. Infine, lo trova e con esso anche un’orribile e triste verità.

Mi fermo qui. Nel terzo e ultimo post dedicato a questo romanzo, la mia attenzione sarà sull’autore e sulle ricette legate alla storia e alle tradizioni campane.

Buonanotte

33 thoughts on “Il “Fatto” del Commissario Ricciardi

  1. Affascinante il commissario Ricciardi, difficile dono il suo. Gli anni sono anche quelli del commissario Martini (bellissimi occhi anche lui, azzurri però, è poi buongustaio e di carattere pragmatico). Molto interessante il blog!

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