Un quid pro quo…natalizio

Un quid pro quo…natalizio

Nei post di apertura di questo blog ho parlato del primo giallo della mia vita. Mi sembra giusto proseguire la discussione con l’ultimo che ho letto in ordine di tempo.

Non è un libro che ho scelto personalmente e, se non mi fosse stato regalato, forse, non l’avrei mai comprato. E dirò di più: è rimasto sulla mia piccola scrivania per mesi prima che mi decidessi a prenderlo in mano e portarlo nella mia camera da letto…

Io mi considero una lettrice noiosamente prevedibile, nel senso che, quando inizio con un autore o un filone che mi piace, vado avanti fino ad  esaurirlo.

Iniziai con Agatha all’età di 10 anni e quattro anni dopo avevo letto la gran parte di ciò che aveva scritto. Avrei finito anche prima, ma a quei tempi, almeno per me, il reperimento dei libri non era una faccenda semplice come lo è oggi con internet. Ricordo che quando terminai di leggere tutti i romanzi posseduti dalla mia vicina di casa, iniziai con quelli di Aurora, una cugina di mio padre, anche lei appassionata fan della regina del giallo inglese.

Intorno ai tredici anni, poi, cominciai a comprarli da riviste specializzate (Club degli Editori e simili) e quindi mi arrivavano per posta, direttamente a casa: che emozione quando Vincenzo il postino veniva a consegnare il pacco!

A 14 anni, invece, facendo finalmente parte anch’io di quella nutrita schiera di giovani che si recava giornalmente nella città vicina per motivi di studio, iniziai a comprare i gialli di Agatha che mi rimanevano da leggere nella libreria storica che si trovava nei pressi del liceo che frequentavo. I giorni dedicati alla ricerca dei titoli mancanti erano il lunedì e il sabato, perché, almeno per noi del ginnasio, la campanella suonava tre quarti d’ora prima rispetto agli altri giorni.

Fin qui Agatha. Con John Grisham, lo scrittore di gialli giudiziari (legal thriller) più gettonato degli anni ’90, la questione fu decisamente più semplice, in quanto agli inizi di quegli anni andavo già all’università e quindi vivevo in una città più grande e più moderna dove le librerie in cui ciondolare erano finalmente più di due.

Ricordo che quando mi recai in una di queste per ordinare il Samuelson/Nordhaus (testo che, se adeguatamente studiato, mi avrebbe assicurato l’esame di Istituzioni di economia), portai a casa anche Il rapporto Pelican, Il momento di uccidere, Il socio e Il cliente. Quell’anno non mi presentai all’esame di Istituzioni di economia e, per dirla tutta, il Samuelson/Nordhaus fu adeguatamente studiato qualche anno più tardi…

Ci tengo a precisare, però, che pur essendo una lettrice di gialli molto prevedibile, non leggo e non ho mai letto solo quelli. Tuttavia, i romanzi diversi dai gialli che sono arrivati nella mia vita hanno percorso sentieri diversi dalla scelta: il caso, il consiglio/imposizione di qualcuno e la gentile donazione.

I libri che ho letto “per caso” appartengono al mio lontano passato: erano quelli, per intenderci, che mi arrivavano in regalo quando l’ordine che facevo dalle riviste specializzate superava un certo importo. E ringrazio quel tipo di “caso,” perché grazie a esso ho potuto apprezzare Milan Kundera e David Grossman.

Anche i romanzi che ho letto per consiglio/imposizione affondano le radici nel periodo della mia giovinezza, più precisamente risalgono al periodo del ginnasio e del liceo e il consiglio/imposizione era naturalmente quello dei prof di italiano, e suonava più o meno così: o leggi La coscienza di Zeno e ci scrivi sopra pure una bella relazione, oppure il tuo voto comincia a sperimentare l’esperienza di una discesa lenta, ma inesorabile… Alla fine della fiera, però, come non essere profondamente grati alla prof di italiano del ginnasio e al prof del liceo per averci costretto a leggere, oltre che il Virgilio dell’Eneide e il Manzoni dei Promessi Sposi, anche Fëdor Dostoevskij, Honoré de Balzac, Marcel Proust, Oscar Wilde e James Joyce?

I libri ricevuti in regalo da parenti e amici attraversano invece tutta la mia vita: dal libro Cuore di Edmondo de Amicis, ricevuto in dono per la mia prima Comunione, a Piccole donne crescono di Luisa May Alcott, comprato a Firenze da mia zia (che di nome fa Fiorentina) in occasione di un viaggio; da Il pendolo di Foucault di Umberto Eco, (dono di un mio corteggiatore che, a torto, mi considerava una secchiona persa) a un’edizione del 1946 di un libro di Rex Stout, scovata da mia sorella in una bancarella dell’usato…

Oggi i libri che mi vengono regalati sono circoscritti soprattutto al periodo natalizio e, fra quelli che ricevo, due sono ormai una gradita consuetudine: un libro di Jamie Oliver (accompagnato sempre da una bottiglia di Barolo) e un romanzo giallo scelto, spesso, su indicazione di un “esperto” che scrive recensioni sul genere.

In realtà, il secondo non è un vero e proprio regalo, è piuttosto il frutto di uno scambio, di un quid pro quo: un romanzo giallo in cambio di una pitta ‘i fera, un dolce tipico del mio paese d’origine.

La storia di questo insolito scambio iniziò mentre frequentavo il mio primo anno di corso di dottorato…

Dovete sapere che quando arrivava dicembre mia madre si organizzava con zia Peppina, una cugina di mio padre, per la preparazione delle pitte, dolci che, solitamente, non sono destinati solo al consumo della famiglia. Infatti, mia madre aveva sempre una lista abbastanza lunga da onorare. Quell’anno decise di allungarla ancora di più, inserendo una pitta anche per il mio tutor del corso di dottorato.

Sinceramente ero molto imbarazzata al pensiero di presentarmi nell’ufficio del Prof con un dolce fatto in casa. I motivi erano vari: 1. non volevo apparire come una provincialotta (“la donzelletta che vien dalla campagna e porta…”); 2. avevo un rapporto molto formale con il Prof (ci davamo del lei e ce lo saremmo dato per molti anni ancora); 3. Temevo che un dolce dalle origini molto antiche non potesse trovare gradimento presso una persona raffinata e moderna.

Alla fine, però, vinsi il mio imbarazzo e portai la pitta al mio tutor: il dolce fu molto apprezzato e mia madre molto felice di aver avuto i ringraziamenti e i complimenti da parte di un professore dell’Università. Da quel momento in poi, si sentì ufficialmente autorizzata a includere nella sua lista di pitte natalizie anche quella per il mio tutor. Fino a quando non si ammalò gravemente. Ma pure da ammalata riusciva a gestire la sua “lista” e i dolci (anche se non fatti più da lei personalmente) continuavano ad arrivare a chi dovevano arrivare. Prof compreso.

Nel frattempo, però, il mio ex tutor (forse per assicurarsi la fornitura natalizia di sempre) ha iniziato a ricambiare il dolce con un romanzo giallo, conoscendo la mia passione per il genere. Quindi da un po’ di anni, nel periodo natalizio c’è questa sorta di quid pro quo. E devo confessare che, se il Prof non vuole perdere la sua fornitura natalizia di dolce, io non voglio rinunciare al mio giallo “sorpresa” di Natale: per  una lettrice di gialli noiosamente prevedibile come lo sono io, è fondamentale che ci sia qualcuno che le faccia spostare lo sguardo verso le novità del settore.

E arriviamo ora all’ultimo giallo di Natale.

Prima di iniziare a interrogare gli studenti presenti in aula, come da consuetudine, ci siamo scambiati i regali, poi, nella pausa pranzo, io ho scartato il mio: un autore americano che non conoscevo, un titolo non accattivante, ma una casa editrice che adoro (perché pubblica anche le inchieste di Salvo Montalbano). Cerco velocemente le notizie sull’autore e scopro con sorpresa che non è un uomo…e che è nata a Roma. Leggo altrettanto velocemente la trama del romanzo e mi rendo conto che è un giallo storico, ambientato durante la seconda guerra mondiale. Intanto, chiedo al Prof, se è stato Valerio (il suo amico che scrive recensioni di gialli) a indirizzarlo nella scelta. No, era stato il libraio a consigliarlo a sua moglie.

Una scrittrice (con nome americano, nata a Roma) che non conoscevo. Un titolo che non mi incuriosiva particolarmente. Un detective che non mi ispirava… Queste circostanze hanno fatto sì che il volumetto blu-spento rimanesse lì, fra gli altri già letti e apprezzati della stessa casa editrice, per almeno quattro mesi. Poi qualcosa mi ha fatto cambiare idea, spingendomi a prenderlo…

Ma ora si è fatto un po’ tardi e devo ancora preparare la cena: mi farò viva presto con il resto della storia!

Buona serata,

Angela

5 thoughts on “Un quid pro quo…natalizio

    1. Il mio periodo Cornwell è stato all’inizio del 2000. Ho apprezzato soprattutto i romanzi con Kay Scarpetta. E ora che mi ci fai pensare, Kay preparava ottimi manicaretti… Faletti non ho ancora avuto il piacere di leggerlo.

  1. Splendido post, mi piace molto leggerti. Mi sono rivista in molte situazioni da te narrate. Ricordo che tantissimi anni fa, quando mio marito era ancora un giovane praticante, il dominus dello studio, all’Epifania, regalava sempre dei libri. Io aspettavo con ansia perchè la sorpresa era molto gradita. Grazie a lui ho scoperto scrittori che non avrei mai letto. Al giorno d’oggi i libri a sorpresa li ricevo generalmente a Natale, me li regala mio figlio minore che conosce i miei gusti e, ovviamente, trovo libri di cucina, gialli o altro. Un grandioso saluto
    Maria Grazia

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