La zuppa di cipolle e Nero Wolf

La zuppa di cipolle e Nero Wolf

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A Milano, ottobre sembra essersi dimenticato di essere ottobre.

Il calendario dice che l’autunno è cominciato da più di una settimana. Le giornate hanno già iniziato ad accorciarsi, la luce del pomeriggio si è fatta più dorata e dalle vetrine dei negozi fanno capolino, ormai da settimane, le tonalità del marrone cioccolato, dell’arancio bruciato, del grigio antracite e del bordeaux. Tutto sembrerebbe pronto per l’autunno, insomma.

Tutto, tranne il termometro.

E, per una come me, la faccenda comincia a diventare personale.

Io odio l’estate. Lo so, non è una dichiarazione da fare così a cuor leggero. Ma non amo il caldo, non ho nessuna nostalgia delle giornate che sembrano non finire mai e, soprattutto, non ho mai capito perché il bel tempo debba portare con sé l’obbligo morale di uscire.

Io, tendenzialmente, sto benissimo a casa.

Naturalmente esco. Viaggio quando posso. Vedo persone. Faccio tutte le cose che fanno gli esseri umani normalmente inseriti nella società. Ma se mi si offre la possibilità di scegliere tra una serata fuori e una serata a casa con un libro, non è affatto scontato che vinca la prima.

Forse è anche per questo che Nero Wolfe mi è sempre stato simpatico.

Il mio primo Wolfe, però, non l’ho incontrato in un libro.

Aveva il volto di William Conrad.

Lo guardavo in televisione da bambina, nei primi anni Ottanta. Delle trame di quei telefilm – allora si chiamavano così – ricordo poco. Di lui, invece, ricordo benissimo la presenza: enorme, burbero, metodico e soprattutto fermamente convinto che quasi tutto ciò che valeva la pena fare, potesse essere fatto senza uscire di casa.

Archie Goodwin, il suo aiutante, correva per New York, interrogava persone, seguiva piste. Wolfe restava nella sua casa sulla Trentacinquesima strada e lasciava che fosse il mondo, per quanto possibile, ad andare da lui.

Del resto, aveva cose molto piĂą importanti da fare.

C’erano, innanzitutto, le orchidee.

Non qualche vaso sistemato qua e là, ma una vera collezione custodita nelle stanze-serra all’ultimo piano della sua casa di arenaria. Wolfe dedicava alle sue orchidee quattro ore al giorno, dalle nove alle undici del mattino e dalle quattro alle sei del pomeriggio. Due appuntamenti quotidiani praticamente intoccabili. Poteva esserci un cliente ad aspettare, un caso da risolvere, magari un assassino in circolazione: le orchidee avevano comunque il loro orario.

C’era qualcosa di meravigliosamente irragionevole – e insieme perfettamente ragionevole – in un uomo capace di imporre al resto del mondo i propri tempi, anziché lasciare che fosse il resto del mondo a imporgli i suoi.

E poi c’era il cibo.

Fritz Brenner, il suo cuoco svizzero, non aveva soltanto il compito di preparare pranzo e cena. Wolfe e Fritz discutevano di menĂą, ingredienti, cotture, erbe e modifiche alle ricette con estrema serietĂ .

A casa di Nero Wolfe si poteva discutere con la stessa gravitĂ  di un assassinio e di cosa mangiare per cena.

Anche questo, devo dire, mi è sempre sembrato molto sensato.

Molti anni dopo l’ho ritrovato nei romanzi di Rex Stout.

Alcuni dei miei vecchi Gialli Mondadori li scovò mia sorella in un mercatino dell’usato e me li portò sapendo che mi sarebbero piaciuti. Libri con le pagine ingiallite e che, oltre alla storia stampata dentro, ne custodiscono segretamente un’altra: quella delle vite che hanno attraversato prima di arrivare fino a noi.

Tra questi c’era un’edizione del 1950 di Morto che parla.

La zuppa di cipolle, però, viene da molto più lontano. Compare già nel primo romanzo delle inchieste di Nero Wolfe, Fer-de-Lance, pubblicato nel 1934 e arrivato in Italia con il titolo La traccia del serpente. In un certo senso, quindi, era lì fin dall’inizio: insieme ad Archie Goodwin, alle orchidee, a Fritz Brenner e a tutto quel piccolo universo domestico dal quale Wolfe avrebbe cercato, per decenni, di allontanarsi il meno possibile.

Mi era rimasta in mente soprattutto per la circostanza: quando Wolfe cadeva in una delle sue crisi, potevano succedere due cose. O si metteva a letto vivendo praticamente di pane e zuppa di cipolle, oppure si trasferiva in cucina con Fritz, dove i due cominciavano a discutere di cibo e a cucinare.

Non pensavo a quella zuppa da anni.

A farmela tornare in mente è stato mio figlio.

Qualche giorno fa mi ha fatto notare che sui social, già a inizio settembre, era scoppiato il trend delle zuppe, nonostante i venticinque gradi all’ombra delle nostre temperature.

A forza di vederle, gli è venuta voglia di mangiarne una.

E così mi ha chiesto di preparargli proprio la zuppa di cipolle.

A me, invece, è tornato immediatamente in mente Nero Wolfe. Poi mi sono ricordata che da qualche parte in casa avevo anche Il ricettario di Fritz Brenner, il cuoco svizzero di Wolfe.

L’ho recuperato e sono andata a cercare la ricetta.

C’era.

A quel punto la faccenda ha assunto proporzioni che probabilmente mio figlio non aveva previsto quando aveva semplicemente espresso il desiderio di mangiare una zuppa.

Per cominciare serviva il vermouth.

E io non Io avevo, quindi sono uscita apposta a comprare una bottiglia per sfumare le cipolle.

Poi ho deciso che, se zuppa di cipolle doveva essere, tanto valeva prendere sul serio anche la parola “cipolle”.

Ne ho comprate bianche, dorate e rosse. Poi gli scalogni. E, già che c’ero, ho aggiunto anche la parte bianca del porro.

Le ho affettate piangendo, fatte andare lentamente nel burro, sfumate con il liquore e profumate con il timo.

A un certo punto la cucina aveva finalmente un odore compatibile con il mese scritto sul calendario, anche se fuori Milano continuava imperterrita nella sua imitazione di agosto.

Poi è arrivato il momento in cui ho deciso di tradire Brenner e Wolfe.

Perché Wolfe, nella sua ricetta, il pane francese con il formaggio non lo vuole.

Io invece avevo comprato una baguette.

E anche l’Emmental.

Ho tagliato il pane, l’ho fatto tostare, ci ho messo sopra il formaggio e ho completato la zuppa come da tradizione.

Restava un solo problema: mia figlia.

L’Emmental con lei non avrebbe avuto alcuna possibilità.

La mozzarella, invece, sì.

Così, quando mi ha chiesto che formaggio ci fosse sopra, le ho risposto con estrema naturalezza: «Mozzarella».

Ha mangiato la zuppa. Ha fatto anche il bis.

Ci sono momenti in cui essere madre richiede fermezza. Altri in cui serve capacitĂ  di mediazione. E poi ci sono quelli in cui bisogna semplicemente mentire sul formaggio.

Nero Wolfe, immagino, avrebbe disapprovato parecchie cose: il miscuglio di cipolle, forse il porro, sicuramente la baguette con l’Emmental.

Sul depistaggio, invece, credo avrebbe riconosciuto una certa professionalitĂ .

E mentre mangiavamo mi sono resa conto che quella zuppa teneva insieme molte piĂą cose di quanto avessi previsto.

C’era mio figlio e una moda vista sui social. Mia figlia che credeva di mangiare cipolle e mozzarella gratinata. C’erano i vecchi Gialli Mondadori che mia sorella aveva scovato tanti anni fa in un mercatino. C’era il ricettario di Fritz Brenner, con i piatti immaginati da Rex Stout per il suo investigatore. E, molto più indietro, c’era William Conrad, visto in televisione quando ero bambina.

C’era soprattutto Nero Wolfe, che a distanza di tanti anni continua a sembrarmi un personaggio straordinariamente ragionevole.

Coltiva orchidee per quattro ore al giorno. Legge. Discute con Fritz di cosa mangiare per cena con la serietà che altri riservano alle decisioni fondamentali dell’esistenza. Ha orari precisi. Detesta essere disturbato. E considera uscire di casa una soluzione da prendere in considerazione soltanto quando tutte le altre hanno fallito.

Su questo, io e lui ci siamo sempre capiti.

Così aspetto.

Aspetto l’aria fresca, i viali pieni di foglie, le giornate corte e quella sensazione meravigliosa per cui restare a casa non sembra più qualcosa di cui doversi giustificare.

Nel frattempo, però, l’autunno me lo sono cucinato.

Con cipolle bianche, dorate e rosse, scalogni, un porro, una bottiglia di vermouth comprata apposta e dell’Emmental sotto falsa identità.

Nero Wolfe avrebbe avuto qualcosa da obiettare?

Sì.

Ma, naturalmente, per venirmelo a dire avrebbe dovuto uscire di casa.

– Angela

Nota sulle immagini
Le immagini che accompagnano questo articolo sono state realizzate a partire da fotografie reali, successivamente rielaborate e adattate al contenuto dell’articolo con l’ausilio dell’intelligenza artificiale.

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