L’articolo che aspettava di essere scritto

L’articolo che aspettava di essere scritto

Ci sono articoli che si scrivono in poche ore. Altri, invece, hanno bisogno di giorni, mesi o, addirittura, anni per essere scritti. Questo che state leggendo ha aspettato due estati…

L’idea di riprendere a scrivere è arrivata in modo del tutto inaspettato: alle prime ore del mattino, davanti a una tazza di caffè americano, rigorosamente nero e non zuccherato. Stavo facendo quello che facciamo un po’ tutti: scorrere distrattamente i ricordi che Instagram ci ripropone ogni giorno. Tra una fotografia e un’altra, è comparso un post che avevo pubblicato esattamente il primo luglio di due anni fa. Poche righe appena, ma sufficienti a riportarmi immediatamente a quel viaggio:“Pietro Gerber, Firenze. Un nome. Una città. Entrambi protagonisti di una trilogia che ipnotizza chi legge…”

Era l’annuncio di un articolo che avrei scritto per il mio blog, “Gialli da Assaporare. Un articolo che, per due anni, è rimasto in attesa.

Si sa, la vita ha la capacità di cambiare i nostri programmi. Ci sono momenti in cui le parole restano sospese: finiscono in una cartella del computer o tra le bozze della mente, aspettando il momento giusto per tornare. Per quelle parole, quel momento è oggi.

Ci sono libri che si leggono sul divano e altri che si possono leggere anche camminando.

La casa delle luci di Donato Carrisi, per me, appartiene alla seconda categoria.

L’ho letto a Firenze, una città che conoscevo poco, ma che mi affascinava tantissimo.

Alloggiavo all’hotel degli Orafi, a pochi metri dal Ponte Vecchio e da Via dei Georgofili, nel cuore del centro storico.

Ogni mattina bastava uscire dall’hotel per ritrovarmi immersa in una città sospesa tra la bellezza del Rinascimento, quella che tutti vanno ad ammirare, e il mistero raccontato da Carrisi, quello che si nasconde nelle leggende, nei simboli scolpiti nella pietra e nei vicoli dove pochi si fermano a osservare.

Avevo il romanzo nella mia tote bag e, quasi senza rendermene conto, ho iniziato a seguire le tracce del suo protagonista. Alcuni luoghi descritti nel libro erano davanti ai miei occhi; altri sembravano emergere a ogni angolo, come se la città continuasse il racconto oltre le pagine. Il libro era diventato anche il mio taccuino di viaggio. Sottolineavo frasi, annotavo impressioni a margine, appuntavo il nome di una via, una leggenda da approfondire, un dettaglio architettonico da cercare. Ogni pagina conservava un frammento di quel viaggio, come se la lettura e la città si stessero scrivendo insieme. Nel frattempo fotografavo dettagli, scorci e simboli, come se stessi raccogliendo indizi. Solo molto tempo dopo ho capito che quelle immagini e quelle annotazioni non stavano raccontando soltanto un libro. Stavano raccontando anche me.

Ed è forse per questo che tale articolo ha aspettato due anni prima di vedere la luce.

 

Un gioco, una bambina, una casa e troppi silenzi

 

Ci sono romanzi che iniziano con un delitto. Carrisi, invece, sceglie di iniziare La casa delle luci con qualcosa che può essere anche più inquietante: il ricordo di un gioco infantile. Uno di quelli che, forse, abbiamo fatto tutti in un qualunque pomeriggio d’estate, quando le giornate sembravano infinite, si giocava per strada e i cellulari non avevano ancora preso il posto della fantasia. Le regole di questo gioco, in apparenza, sono semplicissime: un bambino assume il ruolo dell’«omino di cera» e rincorre gli altri. Ogni volta che riesce a toccarne uno, anche quest’ultimo si trasforma in un omino di cera e si unisce alla caccia. Da quel momento non può più parlare: può comunicare soltanto attraverso un fischio. A poco a poco il numero dei “viventi” diminuisce, mentre quello degli omini di cera aumenta, fino a lasciare un solo superstite. Solo lui può porre fine al gioco pronunciando una parola: “Arimo”. Molti bambini conoscono questo termine come una richiesta di tregua, una sorta di “tempo” durante il gioco. Esiste anche un’affascinante ipotesi sull’origine della parola, che la fa risalire all’espressione latina arae mortis, gli altari che segnavano la fine di una battaglia.

Al di là dell’etimologia, Carrisi utilizza questa parola in modo straordinariamente efficace: diventa il confine sottile tra il gioco e l’incubo, tra la possibilità di salvarsi e quella di restare intrappolati.

Mi ha colpito il modo in cui trasforma un gioco infantile in qualcosa di molto più profondo. Attraverso quella semplice attività ludica racconta come la paura possa propagarsi, come un trauma finisca per coinvolgere altre vite e quanto sia difficile spezzare una catena di eventi se nessuno trova il coraggio di pronunciare la parola che mette fine all’incubo.

Mentre percorrevo le strade del centro storico di Firenze, ripensavo a questa metafora. Carrisi aveva trasformato un passatempo dell’infanzia in un racconto sulle ferite che continuiamo a portarci dentro. Io, nello stesso momento, camminavo in una città meravigliosa cercando di dare un nome alle mie.

Per ragioni diverse, sia Pietro Gerber sia io eravamo costretti a guardarci dentro.

Ripensandoci oggi, mi viene da sorridere. Nel romanzo basta pronunciare “Arimo” per fermare gli omini di cera. Nella vita reale, invece, non esiste una parola capace di interrompere all’improvviso il dolore. Esiste il tempo. E, qualche volta, un viaggio.

Per me Firenze è stata proprio questo: il luogo in cui ho iniziato a sottrarmi a ciò che mi teneva prigioniera e a riprendere in mano la mia vita.

Il romanzo prosegue poi con una bambina, Eva, che racconta cose difficili da spiegare; una casa che sembra custodire più domande che risposte e un silenzio che pesa molto più delle parole.

Chi come me, legge prevalentemente romanzi gialli e thriller è abituato a commissari, detective privati o profiler. Pietro Gerber, invece, è uno psicologo infantile specializzato nell’ipnosi, tanto da essere conosciuto come “l’addormentatore di bambini”. Il suo lavoro non consiste nel cercare impronte o interrogare sospetti. Gerber indaga nella parte più fragile e misteriosa della mente umana: i ricordi.

Nel romanzo Gerber accetta quello che potrebbe sembrare uno dei tanti casi affidati a uno psicologo infantile. Ma basta poco per capire che, questa volta, non si tratta soltanto di aiutare una piccola paziente. Ogni seduta di ipnosi spalanca una porta che Gerber avrebbe preferito lasciare chiusa.

Ed è proprio questo che mi ha conquistata.

Nei romanzi di Carrisi il mistero non è mai soltanto “chi è stato?”. Il vero enigma è capire quanto possiamo fidarci della nostra memoria. I ricordi sono fotografie fedeli del passato oppure immagini deformate dal tempo, dalla paura e dal dolore?

Pagina dopo pagina, Gerber smette di essere soltanto uno psicologo che accompagna gli altri nei loro ricordi. Diventa lui stesso un uomo costretto a guardare dentro le proprie ferite.

Ed è forse per questo che mi piace così tanto: non ha il fascino dell’investigatore infallibile; non risolve i casi con l’intuito geniale né con inseguimenti spettacolari; lavora ascoltando; aspetta; fa domande; dubita delle parole che sente e, soprattutto, non ha paura di mostrarsi fragile. In fondo, le sue indagini non cercano colpevoli. Cercano verità.

Accanto a lui c’è una bambina che sembra vivere sospesa tra realtà e immaginazione. Ma Carrisi ci invita a non liquidare troppo in fretta quel confine: perché, soprattutto nell’infanzia, ciò che appare fantasia può essere il modo più autentico per raccontare il dolore.

Anche i personaggi che ruotano intorno a Gerber sembrano avere una doppia faccia. Ognuno custodisce un frammento della storia, ma nessuno offre risposte semplici. Ed è proprio questo che mi piace della scrittura di Carrisi: ogni incontro aggiunge un dubbio invece di scioglierlo, costringendo anche il lettore a mettere continuamente in discussione le proprie certezze.

Chiudo il libro e mi accorgo che, ancora una volta, Carrisi è riuscito nel suo gioco preferito: mi ha fatto dubitare di tutto. Perfino dei ricordi.

I diavoli di Firenze

Ci sono città che fanno semplicemente da sfondo a una storia. E poi ci sono città che respirano insieme ai protagonisti, ne accompagnano le paure, ne custodiscono i segreti e finiscono per diventare personaggi esse stesse. Firenze è una di queste.

Quando si pensa alla città di Dante, vengono subito in mente il marmo bianco del Duomo, Ponte Vecchio, i palazzi rinascimentali, la luce che si riflette sull’Arno.

Carrisi, invece, ci invita ad alzare lo sguardo verso ciò che quasi nessuno nota.

Durante il mio soggiorno sono andata a cercare il piccolo Diavoletto del Giambologna, nascosto all’angolo tra via de’ Vecchietti e via Strozzi. L’avevo incontrato tra le pagine del romanzo e sentivo il bisogno di accertarmi che esistesse davvero.

L’ho fotografato. Piccolo, quasi invisibile, eppure capace di raccontare una storia che attraversa i secoli.

La leggenda narra che proprio in quel luogo un’apparizione demoniaca venne fermata dall’intervento di San Pietro Martire. Vera o no che sia, la leggenda continua a vivere tra le pietre della città, come accade spesso a Firenze, dove storia, fede e superstizione sembrano convivere senza mai disturbarsi a vicenda.

È stato in quel momento che ho capito una cosa: nei romanzi in cui protagonista è Pietro Gerber, i diavoli non sono quasi mai creature con le corna. Sono molto più vicini a noi. Abitano i ricordi. Si nascondono nei traumi rimossi, nei sensi di colpa, nei segreti di famiglia, nelle paure che preferiamo non guardare.

Carrisi non usa Firenze come una semplice ambientazione. La città diventa parte integrante della storia, quasi un personaggio capace di riflettere il mondo interiore dei suoi protagonisti.

Di giorno appare luminosa, elegante, ordinata. Ma basta imboccare un vicolo silenzioso, osservare una facciata consumata dal tempo o fermarsi davanti a un piccolo volto scolpito nella pietra perché emerga un’altra Firenze: più antica, misteriosa, quasi esoterica. Una città che non ha bisogno del soprannaturale per inquietare. Le basta la memoria.

Forse è proprio per questo che Pietro Gerber non avrebbe potuto vivere altrove.

Gerber trascorre la sua vita professionale accompagnando i bambini dentro l’ipnosi, là, dove la coscienza si assottiglia e affiorano immagini che sembrano appartenere tanto alla memoria quanto all’immaginazione. Il suo lavoro consiste nel dare un nome a quei demoni invisibili che ciascuno porta dentro di sé.

In fondo, anche lui assomiglia alla città in cui vive. Come Firenze custodisce sotto la sua bellezza secoli di storie, simboli e verità dimenticate, così Gerber dedica la propria vita a riportare in superficie ciò che le persone hanno nascosto, dimenticato o non hanno mai avuto il coraggio di affrontare.

Mentre cercavo il Diavoletto del Giambologna, mi sono accorta che, senza volerlo, stavo guardando Firenze con lo stesso atteggiamento di Pietro Gerber: cercavo ciò che si nasconde sotto la superficie, i dettagli che sfuggono a uno sguardo distratto.

Forse è proprio questa la lezione più bella che Carrisi mi ha lasciato. I misteri non appartengono soltanto ai romanzi. A volte sono già davanti ai nostri occhi, in attesa di qualcuno disposto a fermarsi davvero a osservarli.

Il tempo lento del Caffè Paszkowski

Ci sono indizi che conducono a un colpevole. Altri che portano a un luogo. E, a Firenze, il mio aveva il nome di Caffè Paszkowski.

Ci andavo ogni giorno. A volte era una pausa pranzo, altre un caffè nel primo pomeriggio, altre ancora l’aperitivo prima che la sera avvolgesse il centro storico.

Mi sedevo ai tavolini con La casa delle luci davanti a me e lasciavo che il tempo rallentasse. Intorno, Piazza della Repubblica continuava a vivere, mentre io ero altrove, completamente immersa nelle pagine del romanzo.

Sapere che Carrisi aveva scelto anche il Caffè Paszkowski come uno dei luoghi frequentati da Pietro Gerber rendeva il confine tra la Firenze reale e quella narrata ancora più sottile. Per qualche ora mi sembrava di abitare la stessa città del protagonista: quella che si nasconde dietro le facciate eleganti, i vicoli silenziosi e le leggende sussurrate.

Anche i gesti più semplici erano diventati parte di quel piccolo rito. A pranzo sceglievo spesso una fresca insalata nizzarda, seguita da un caffè e da una fetta di torta Fedora, elegante e delicata come l’atmosfera del Paszkowski. Nel tardo pomeriggio arrivava il momento del Negroni, nato proprio a Firenze, sorseggiato lentamente mentre un altro capitolo mi trascinava sempre più dentro il mistero.

È stato proprio seduta a quel tavolino che mi sono resa conto di una cosa: nei romanzi di Carrisi il cibo compare raramente. Non è uno scrittore che indugia nelle descrizioni gastronomiche e, forse proprio per questo, ogni riferimento culinario finisce per attirare l’attenzione.

Accadde anche con una semplice crostata di visciole. Una citazione breve, quasi di sfuggita. Eppure, in una storia attraversata dall’inquietudine, quel dolce così semplice sembrava assumere un significato tutto suo.

La curiosità ebbe la meglio. Così decisi di cercarla anch’io e la trovai alla Gelateria Romana.

Assaggiandola mi resi conto che non stavo semplicemente provando un dolce. Stavo dando un sapore a una pagina del romanzo. Era uno di quei piccoli momenti in cui la lettura smette di rimanere confinata tra le pagine e diventa parte del viaggio.

Se i pomeriggi avevano il profumo del caffè e dei dolci, la sera aveva il sapore della Toscana. Da sola sarebbe stato impossibile affrontare la mitica bistecca alla fiorentina, che spesso supera abbondantemente il chilo di peso, così mi concedevo una tagliata di manzo con patate arrosto, accompagnata da un calice di Nobile di Montepulciano. Era il modo perfetto per concludere giornate trascorse a rincorrere Pietro Gerber tra vicoli, leggende e dettagli nascosti, con la fotocamera del cellulare pronta a fermare ciò che il romanzo mi aveva insegnato a osservare.

Ripensandoci oggi, mi accorgo che ricordo perfettamente i colpi di scena del romanzo.

Ma ricordo con la stessa nitidezza anche l’amaro del Negroni, il profumo del caffè del Paszkowski, la dolcezza della torta Fedora, la nota leggermente acidula della crostata di visciole e il carattere deciso del Nobile di Montepulciano.

Forse è proprio questo il significato più autentico di Gialli da Assaporare.

Perché ci sono romanzi che si leggono. E poi ci sono romanzi che finiscono per avere un sapore.

Si legano a un luogo, a un profumo, a un calice di vino o a un dolce assaggiato nel momento giusto.

Così, quando li ricordiamo, non riaffiorano soltanto le pagine. Tornano anche i sapori.

Quando il libro diventa il viaggio

Ci sono viaggi che finiscono quando si torna a casa. E poi ci sono quelli che continuano a vivere dentro di noi, nascosti tra le pagine di un libro, finché un giorno trovano finalmente le parole per essere raccontati.

Firenze non era una semplice parentesi letteraria. Era il primo viaggio che affrontavo completamente da sola dopo molti anni.

In passato avevo viaggiato spesso in solitudine. Quando ero una dottoranda, tra scuole di metodologia di ricerca sociale e convegni, partire era quasi un’abitudine. Poi erano arrivati il matrimonio e i figli e, senza quasi rendermene conto, avevo smesso di concedermi il tempo e lo spazio di una partenza tutta mia.

Quando arrivai a Firenze mi trovavo davanti a una delle decisioni più difficili della mia vita. Stavo cercando il coraggio di scegliere il mio futuro.

Il libro La casa delle luci era la mia unica compagnia. A distanza di tempo credo sia uno dei romanzi in cui Carrisi esplora con maggiore intensità il rapporto tra memoria e identità.

Il vero mistero non è scoprire la verità nascosta dietro il caso affrontato da Pietro Gerber. Il mistero più grande riguarda noi stessi: quanto possiamo fidarci dei nostri ricordi? Quanto ciò che crediamo di sapere del nostro passato corrisponde davvero alla realtà?

Sono domande che mi hanno accompagnata durante tutto quel viaggio. Solo molto tempo dopo ho capito perché mi avessero toccata così profondamente.

All’epoca non lo vedevo, ma quel romanzo stava parlando anche di me.

Pietro Gerber è costretto a mettere in discussione la memoria, le certezze e perfino la propria identità. Anch’io, seppure per ragioni completamente diverse, stavo cercando di capire quali parti della mia storia fossero reali e quali, invece, avessi inconsapevolmente riscritto per continuare a crederci.

Anche nella vita accade così. Ci sono ricordi che, con il passare del tempo, cambiano significato. Eventi che sembravano avere una spiegazione si ricompongono in un disegno diverso. Dettagli che avevamo ignorato o che non eravamo ancora pronti a comprendere, trovano finalmente il loro posto.

La memoria non cambia i fatti.

Cambia il modo in cui impariamo a guardarli.

Forse è per questo che, ancora oggi, non riesco a separare Firenze dalle pagine di  La casa delle luci.

Di quel libro non mi è rimasta solo una storia. Mi sono rimasti una città, dei passi e un modo diverso di guardare.

Ricordo le prime ore del mattino sul Ponte Vecchio, quando Firenze era ancora silenziosa. Ricordo il rumore dei miei passi sulle pietre del centro storico, le soste al Caffè Paszkowski con il romanzo aperto davanti a me e, soprattutto, quella sensazione nuova: essere sola, ma non più perduta.

Durante quel soggiorno ho fotografato alcuni luoghi e alcuni dettagli riconosciuti nella lettura del libro. Ma non stavo semplicemente documentando un viaggio. Stavo raccogliendo indizi. Ogni fotografia era un appunto visivo, un modo per fissare il dialogo continuo tra la città reale e quella raccontata dal libro. Alcuni scorci sembravano usciti direttamente dal romanzo; altri acquistavano significato proprio perché erano passati attraverso quelle pagine.

Riguardando oggi quelle immagini, mi accorgo che raccontano molto più di un itinerario letterario. Parlano di Firenze, certo. Ma raccontano soprattutto il momento in cui ho ricominciato a guardare anche me stessa con occhi diversi.

Quel viaggio non mi ha dato risposte. Mi ha offerto qualcosa di più raro: il tempo e lo spazio per restare in ascolto delle domande.

Forse è questo che fanno i libri migliori. Non ci indicano una strada, ma ci accompagnano mentre impariamo a trovare la nostra.

Per tale motivo, quando ripenso a La casa delle luci, non mi torna in mente soltanto la storia di Pietro Gerber. Rivedo anche una donna che camminava per Firenze con un romanzo nella tote bag e una vita da ricomporre.

Oggi, riguardando quelle fotografie, mi accorgo che avevano già raccontato tutto, molto prima che riuscissi a trovare le parole per farlo.

Un libro si chiude con l’ultima pagina, un viaggio con il ritorno a casa. Eppure alcune storie continuano a lavorare dentro di noi per anni, finché un giorno ci accorgiamo che non stavano raccontando soltanto i loro personaggi. Stavano raccontando anche noi.

Anche da quel viaggio, dopo un lungo silenzio, è ripartito Gialli da Assaporare.

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