Storie di notti di inizio estate

Storie di notti di inizio estate

In questo post vi parlerò di tre racconti che riguardano casi molto misteriosi risolti da un celebre detective privato spagnolo: sì, i detective privati non esistono solo nei film americani!

L’idea di proporvi questa raccolta di storie brevi deriva dal fatto che ormai siamo a giugno e la scuola sta per finire. Qual è il fil rouge che lega giugno, la fine della scuola e i tre racconti del libro? L’elemento che unisce le tre cose è da ricercare nelle leggende metropolitane che circolavano d’estate ai tempi in cui frequentavo le medie. Mi rendo conto che il collegamento non è così immediato per chi non è nato negli anni ’70 e in un paesino del Sud… E allora lasciate che vi racconti.

Quando avevo 12/13 anni (periodo 1984-1985), per tutti i ragazzini del mio paese, la fine della scuola segnava ufficialmente anche l’inizio di lunghe serate trascorse a giocare all’aperto, nei rioni. Ci incontravamo per strada intorno alle 21:30, dopo aver consumato velocemente cene a base di insalate fatte con i primi pomodori e cetrioli raccolti negli orti.

Mi consentite, prima di andare avanti, una digressione su queste insalate che ci accompagnavano fino a fine settembre? Allora, erano preparate con pomodori San Marzano, sodi e un po’ acerbi, e con cetrioli saporiti e croccanti a cui si aggiungevano fette di cipolle rosse di Tropea, comprate dai venditori ambulanti proprio all’inizio dell’estate (le brave massaie ne acquistavano in abbondanza, poi le intrecciavano e le appendevano nei “catòi” –cantine- dove, al fresco e al buio, si sarebbero conservate fino all’inverno). Il trio pomodori-cetrioli-cipolla di Tropea costituiva la base dell’insalata: ma per renderla veramente speciale, bisognava aggiungere ancora altri ingredienti. Per esempio, i peperoni tondi verdi e carnosi, tipici del Sud (conosciuti anche come poponi). E ancora, la  portulaca, un’erba spontanea, che somiglia a una pianta grassa, che cresce in abbondanza negli orti. E poi, come se piovesse, foglie di basilico e una bella manciata di origano selvatico. Infine, l’olio extra-vergine di oliva (dalle mie parti, ogni famiglia ha la sua produzione personale), sufficiente a inzuppare le numerose fette di pane casereccio che, di solito, accompagnavano il piatto.

Ma ritorniamo alle mie estati della metà degli anni ’80.

Dicevo che ci incontravamo intorno alle 21:30. Per l’entusiasmo di uscire a giocare, molti di noi non finivano neppure di cenare e allora non era insolito vedere mamme che rincorrevano i propri figli per la strada, intimando loro di rientrare a casa a finire di mangiare. Comunque, la nostra prassi serale era più o meno questa: si andava al bar del rione, dove ognuno spendeva i suoi spiccioli come meglio credeva (ai videogiochi con Space Invaders o Pac-man, al flipper o comprando il gelato “fiordifragola”) e dopo si prendeva posto sui muretti, dove iniziavano le chiacchiere.

Il gruppo dei ragazzi del mio rione era abbastanza variegato: maschi e femmine con età che variava dai 6 ai 15 anni. Nel mese di giugno, questo gruppo tendeva a diventare più numeroso per via dei ragazzini che arrivavano dal Nord per stare con i nonni, in attesa che ai loro genitori toccassero le agognate ferie.

Erano i ragazzi più grandi a tenere banco “ai muretti”. E gli argomenti delle nostre conversazioni finivano con l’essere, inevitabilmente, le storie di fantasmi (o, come dicevamo noi, i “fatti di morti”).

Ricordo che, quando le discussioni prendevano la piega del sovrannaturale, uno dei miei fratelli (il più piccolo) se la svignava molto elegantemente. Così elegantemente che nessuno si accorgeva che non era più nel gruppo.

Le storie di fantasmi che raccontavamo sui muretti provenivano dalle nostre tradizioni popolari e la più comune aveva come protagonista quella gente (persone del paese, spesso anziani, di cui si faceva anche nome e cognome) a cui si attribuiva la speciale capacità di “andare con i morti” e “vedere” gli avvenimenti (che di solito erano lutti e sciagure) che sarebbero accaduti a qualcuno del paese.

Dalle mie parti c’era, infatti, la credenza che se una persona desiderava possedere il “potere” di “andare con i fantasmi” per conoscere il destino degli altri, doveva fare in modo di trovarsi al capezzale di un morente. Nel momento in cui questi stava per spirare, doveva chiedere: «quando uscirai per la prima volta, passerai a prendermi?». Se “la comunità dei morti” accettava la richiesta, il richiedente, dopo aver prestato giuramento che nulla di quanto visto o sentito sarebbe stato rivelato nel mondo dei vivi, avrebbe partecipato ai “summit dei fantasmi” dove si decidevano i destini delle persone… Erano storie che sentivamo raccontare agli adulti, soprattutto agli anziani, e poi le raccontavamo fra di noi, modificandole e arricchendole di vari particolari per renderle più terrificanti e in grado di far scappare a casa i nostri fratelli più piccoli (e indesiderati).

Una sera, però, si cambiò registro e uno dei ragazzini provenienti dal Nord (non ricordo se da Torino o da Milano), prese la parola, raccontandoci una storia diversa da quelle che di solito eravamo abituati a sentire.

Non ricordo neppure il nome di quel ragazzino e forse quella fu l’ultima estate che passò con i suoi  nonni: no, nessuno di loro passò a miglior vita, tranquilli, ma era prassi consolidata che questi ragazzini del Nord, una volta compiuti i quindici/sedici anni, non tornavano più in paese.

Comunque, quando quel ragazzino iniziò a raccontare, il silenzio era assoluto: rotto solo dall’incessante canto delle cicale.

La storia era accaduta a un amico di suo padre che faceva il camionista, in una notte molto piovosa di febbraio di quell’anno. L’uomo doveva scaricare non ricordo quale materiale a Trieste. A un certo punto del viaggio, sul ciglio dell’autostrada, scorge una sagoma: era una ragazza bionda che chiedeva un passaggio. Era vestita di bianco e, nonostante facesse molto freddo e piovesse, non aveva né cappotto né ombrello.

Il camionista si ferma e la ragazza gli spiega di aver avuto un problema con la sua auto e gli chiede se può darle un passaggio fino a casa, che si trovava a 30 chilometri di distanza da lì. L’uomo la fa salire sul camion. Dopo un po’,  si accorge che la ragazza trema per il freddo e, molto galantemente, le offre il suo giubbotto nuovo di pelle e la rassicura che può tenerlo fino al giorno dopo, perché, al rientro da Trieste, avrebbe fatto di nuovo quella strada.

Ricordo che il ragazzino del Nord sottolineò con una certa malizia che il camionista lasciò volutamente il giubbotto alla ragazza, per avere la scusa di rivederla il giorno dopo: «perché lui non era fidanzato e allora si voleva fidanzare».

Comunque, il giorno seguente, a mezzogiorno in punto, l’uomo arriva sul posto in cui aveva lasciato la giovane donna. A pochi metri da lì c’era il grande cancello che le aveva visto varcare la notte precedente. Si avvicina pensando di trovarsi davanti a una villa con giardino. Ma appena guarda oltre il cancello, si rende conto che si trattava di un cimitero. La cosa incomincia a renderlo inquieto, ma si fa forza e oltrepassa la soglia. Sulla prima tomba che gli viene davanti vede appoggiato il suo giubbotto di pelle. Si precipita a prenderlo, pensando che quella ragazza gli aveva giocato un gran brutto tiro. Ma poi il suo sguardo si posa sulla foto della lapide: era la stessa donna che aveva fatto salire sul camion la notte precedente! La stessa! Non c’erano dubbi. Ma come era possibile? Era morta dieci anni prima! Improvvisamente inizia a tremare, realizzando che la notte precedente aveva avuto un incontro con un fantasma. Con gli occhi sbarrati dal terrore, raggiunge il cancello. Poi corre più veloce che può sul camion, mette in moto e si immette sull’autostrada.

Non si sa bene come riuscì ad arrivare a casa nello stato in cui era, ma la cosa certa è che dopo ebbe una febbre altissima e poi iniziò a delirare, tanto che fu ricoverato in un manicomio, dove ancora risiedeva.

Il ragazzino ci assicurò che lui stesso era andato a trovarlo nel mese di maggio, insieme a suo padre.

E chi di noi, all’epoca, avrebbe potuto citare la legge Basaglia, per dimostrare che mentiva spudoratamente?

Addirittura aggiunse che, in occasione di quella visita, l’ormai ex camionista aveva regalato il famigerato giubbotto di pelle a suo padre. Non ci credevamo? Bene, non appena il padre fosse arrivato in paese per le ferie, lo avrebbe portato al muretto per confermarci la storia. Ci avrebbe fatto vedere anche il giubbotto: lo teneva sempre nella sua auto.

Per propiziare un incontro con una ragazza bionda? Avremmo risposto, se solo fossimo stati più sgamati…

A ogni modo, non ci fu dato sapere se dicesse la verità, perché, una volta arrivati i suoi genitori, lui sparì dal paese per trascorrere il resto delle vacanze al mare.

Non lo rivedemmo mai più sul muretto: né quell’estate né in quelle che seguirono…

Scritto così, sembra un po’ inquietante, lo so, ma fu esattamente così che andò.

La cosa più singolare di quell’estate, però, non fu la sparizione del ragazzino milanese o torinese che fosse, ma il fatto che ogni sera, dopo aver saputo dell’autostoppista fantasma, puntualmente, c’era qualcuno di noi che raccontava storie simili avvenute a parenti, amici e perfino a nonni.

I racconti erano adattati ai vissuti di chi li raccontava e variavano in qualche particolare: in alcuni, erano una donna e una bambina di pochi anni che chiedevano un passaggio; in altri, l’indumento prestato dall’ignaro automobilista era una felpa; in altri ancora, l’automobilista non finiva in un cimitero, ma bussava alla porta di una casa e qualcuno (il padre o la madre del fantasma) lo informava sgomento che non poteva essere stata proprio quella ragazza a salire in macchina, poiché era morta da più dieci anni; in altri, infine, lo sventurato alla guida non era un camionista o un automobilista, ma un motociclista…

Anch’io, naturalmente, avevo ideato una mia versione della storia, che però raccontavo ai miei fratelli e ai miei cugini più piccoli, quando mi toccava far loro da baby-sitter.

In realtà, io avevo un bel repertorio di storie simili, che avevo anche trascritto su un quaderno a quadretti dalla copertina molto innocente: sfondo azzurro chiaro ricoperto di zuccherini di varie forme e colori. Quando la mia autorità con i più piccoli di casa cominciava a incrinarsi, bastava che tirassi fuori il quadernetto con gli zuccherini e tutto si risolveva nel migliore dei modi: seduti in ordine e in silenzio! Diversamente, avrebbero ascoltato le storie dell’autostoppista fantasma; della lavatrice assassina; delle cinque orchidee nere; dell’isola che durò un giorno… Racconti partoriti dalla mia fervida e macabra fantasia di tredicenne.

Mia cugina Rosa si ricorda ancora del quadernetto con gli zuccherini e dei “dolci” momenti passati con la sua inquietante baby-sitter…

Ma come sempre, mi sono persa nei ricordi e non ho ancora scritto nulla del collegamento fra il libro oggetto di questo post (e di quelli a seguire) e le storie di fantasmi (o presunti tali) che riempivano le mie estati di tanti anni fa.

Provvedo subito.

Innanzitutto il titolo del libro è Storie di fantasmi ed è una raccolta di tre racconti in cui il protagonista è Pepe Carvalho, il detective privato più famoso di Barcellona, creato dalla fantasia di Manuel Vàzquez Montalbàn.

La prima storia del libro, Una sconosciuta che viaggiava senza documenti, è ambientata nei dintorni di Barcellona e tratta di una giovane autostoppista bionda che, per almeno sette volte salva da incidenti mortali i guidatori che le hanno dato un passaggio. Il mistero è, che subito dopo averli avvisati del pericolo, scompare. E quando gli automobilisti vanno a denunciare il fatto alle autorità locali scoprono una verità ancora più inquietante: il punto in cui la ragazza scompare dopo averli aiutati è lo stesso nel quale anni prima era morta una giovane donna bionda per un incidente automobilistico…

Capite ora il nesso fra le mie serate di inizio estate e questo libro?

Ma ora si è fatto tardi e non c’è più tempo di parlarvi delle altre due storie perché devo ancora preparare il pranzo. Tuttavia, non posso chiudere senza prima anticiparvi che Manuel Vàzquez Montalbàn e il suo Pepe Carvalho sono entrambi esperti gastronomici e ottimi cuochi.

Qualcuno dice che la loro cucina sia troppo pesante… Vedremo. Proveremo!

Intanto, io ho appena comprato un vino che potrebbe andar bene sia per le tapas sia per la paella sia per tante altre pietanze made in spain

Buona domenica,

Angela

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